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“Se la sinistra si divide perde”. Cinque riflessioni sulle elezioni regionali.

1. L’alta percentuale di non votanti è il dato più rilevante di queste elezioni. È il sintomo di una grave crisi di credibilità dei partiti, della politica e della sua classe dirigente, che non accenna a diminuire. Può aver pesato il fatto che si è votato solo la domenica, ma la tendenza segnala in ogni caso una crescente disaffezione dal voto e un marcato distacco dalle istituzioni. Qui c’è una seria responsabilità di una parte rilevante del ceto politico, che non ha ancora compreso appieno l’urgenza di una svolta per riconciliare la gestione della cosa pubblica con i valori di legalità, onestà, trasparenza, bene comune.
Ma c’è anche una responsabilità non meno grave del Governo, che non ha ancora raccolto in misura sufficiente il disagio e la fatica dei ceti sociali più colpiti dalla crisi.
Crescono la sfiducia, l’indifferenza e il risentimento verso la politica e verso le istituzioni.

2. La buona affermazione del M5S, soprattutto in alcune regioni, segnala in modo evidente non solo la difficoltà di “prosciugare” l’area d’influenza delle forze anti-sistema,  ma anche la crescita di una domanda di cambiamento e di riforme, soprattutto tra i giovani,  rimasta  priva di risposte efficaci da parte del Pd e dell’insieme della sinistra.

3. Il centrosinistra vince dove ha governato bene e quando si presenta agli elettori con una coalizione saldamente unitaria e candidati fortemente credibili. Le primarie vanno regolamentate meglio e gestite con maggiore trasparenza e serietà, rispettandone l’esito secondo i principi di lealtà e reciprocità. Le divisioni e lo spirito di rivalsa fanno vincere la destra.

4. La Lega lepenista e antieuropea di Matteo Salvini è ormai il vero traino del centrodestra. Forza Italia ha perso gran parte del proprio elettorato e la sua crisi di identità e di leadership indebolisce l’insieme della coalizione un tempo guidata da Berlusconi, trascinandola nelle secche del populismo e dell’estremismo.

5. Se la sinistra si divide perde, lascia sul campo i suoi propositi di cambiamento e incrementa il distacco con una parte importante del suo elettorato. L’unità del Pd torni ad essere la bussola del gruppo dirigente (maggioranza e minoranze),  a partire dal segretario. Il cammino delle riforme non si arresti ma prosegua con maggiore coraggio in campo sociale, per intervenire sui temi del lavoro, della condizione concreta delle famiglie e del contrasto della povertà.
Il dialogo con i cittadini e il confronto con le forze sociali sono un tratto della propria identità a cui la sinistra non può rinunciare.

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