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Intervento di Mimmo Lucà al seminario “La Costituente delle Idee”

Ha detto bene Cesare nella sua introduzione (che condivido): noi vogliamo discutere, non siamo qui per costituire l’ennesima corrente del Pd, ma per avviare una discussione seria in vista del congresso. La Costituente delle idee che noi proponiamo è, dunque, un processo, un approccio alla fase congressuale che mette al centro il confronto dei contenuti, dei progetti, dei punti di vista.

Per noi, il dibattito sulle idee viene prima di quello sulle candidature alla carica di segretario e viene prima della discussione sui leader.
Vogliamo tornare allo spirito della fase costituente del Pd, per rilanciare la ricchezza e il valore del pluralismo culturale e politico, a partire dal confronto libero e appassionato delle idee e non dalle correnti precostituite. Può apparire una considerazione banale, me se pensate al modo con cui è stata costituita, anche recentemente, la segreteria del nostro partito, vedrete che non si tratta di una banalità.

Per il Pd, il congresso è una grande opportunità: per rigenerare la sua identità, per ritrovare il senso della sua proposta politica, per spiegare meglio le ragioni eccezionali della sua presenza nel governo delle larghe intese, per rilanciare il dialogo con la società, per rinnovare ancora i gruppi dirigenti.

Stanno qui le ragioni per cui occorre fare presto e chiudere il percorso congressuale entro l’anno, come, per altro, annunciato dal Segretario. E stanno qui le ragioni per cui ci serve una discussione aperta, un confronto di merito largo, che parta dai territori e dai circoli, capace di coinvolgere gli iscritti, gli amministratori, gli elettori, i cittadini impegnati nei mondi vitali della società. Guai ad impantanarsi in una discussione condominiale sulle regole e dare l’impressione di una chiusura su noi stessi, sui nostri problemi e sulle nostre divisioni, mandare un messaggio di ritorno all’indietro rispetto al coinvolgimento attivo del nostro elettorato o, peggio, di una svolta regolamentare progettata per contrastare l’ascesa o l’affermazione di questo o quell’esponente del partito.

Il congresso serve per lanciare e discutere una proposta per l’Italia, oltre che per eleggere il nuovo Segretario del partito. Partecipa il popolo dei democratici, sono coinvolti gli iscritti e i non iscritti. Il resto si vedrà dopo.
Le regole si decidono insieme. Esse devono favorire il massimo di coesione del gruppo dirigente e la massima concentrazione sul dibattito e sul confronto delle posizioni politiche.

E, qui, voglio fare una riflessione sul partito: non c’è dubbio che le difficoltà attuali del Pd nascono anche dal fatto che in questi anni è prevalsa la formula del partito proiettato sulla scalata delle istituzioni, piuttosto che sul servizio delle istituzioni e, quindi, sempre più ridotto a strumento elettorale. È vero che il partito, Costituzione alla mano, serve anche a questo, ma, nel testo dell’art. 49, esso è concepito come una libera associazione di cittadini “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” e, dunque, come uno strumento della sovranità popolare che si organizza come parte politica tra le altre; non un comitato elettorale, proprietà di notabili che hanno fatto della loro presenza nelle istituzioni un mestiere e una carriera. Questa fedeltà all’art. 49 è tanto più rilevante oggi, non solo perché i cittadini hanno perso fiducia nei partiti, ma perché la società è, a sua volta, alle prese con forme di disarticolazione sociale e di regresso civile che si stanno sommando – con effetti dirompenti- alla disseminazione positiva di identità, bisogni, speranze, figlia di decenni di crescita del benessere economico e dell’accesso ai diritti di cittadinanza. Per questo è urgente riformare il Pd, senza attendere una nuova legislazione in materia, che pure è auspicabile.

Ma qui, vi è il segno di una sconfitta della Mozione congressuale di Bersani, uscita vincente nel precedente congresso proprio per la sfida lanciata sui temi del partito e che, invece, è rimasta lettera morta.

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La credibilità e la buona salute di un partito esprimono anche la qualità e l’efficacia della sua proposta politica. Il partito è una comunità, un luogo in cui si promuovono e si discutono le idee, si elaborano proposte politiche, si ascoltano le istanze dei cittadini, si accoglie e si valorizza la voglia di partecipare, si fanno crescere capacità, responsabilità, passione, al servizio del bene comune.

Il nostro partito non è apparso sempre all’altezza di questo modello: litigiosità, carrierismo, correntismo, scarsa preparazione dei gruppi dirigenti hanno spesso caratterizzato la sua immagine, il suo profilo ordinario, allontanandolo dal rapporto con la vita quotidiana delle persone e delle comunità.

A febbraio i voti li abbiamo persi tra i giovani e gli operai: il segnale è stato esplicito. L’astensione, il non voto alla sinistra, il voto dato a Grillo, non esprimono solo un disagio e una protesta, ma una vera e propria estraneità rispetto alle istituzioni democratiche, una crisi di fiducia verso la politica e i partiti, anche verso il nostro partito.

Una politica che ha ceduto sovranità, che si è spogliata di responsabilità, che ha ceduto il passo ai mercati, alle burocrazie e alle tecnocrazie, al potere finanziario e a quello mediatico, ai grandi gruppi editoriali e imprenditoriali, al primato della governabilità. Anche il Pd ha ceduto alle illusioni dei talk-show e alla bulimia televisiva e ha abbassato le antenne, ha indebolito i sensori del territorio, ha ridotto la sua capacità di ascolto.

Così è potuto capitare che, come ha detto Epifani in Direzione, non abbiamo saputo intercettare non solo la domanda di cambiamento, ma neanche quella di giustizia e di solidarietà, che andavano emergendo sotto i colpi della crisi, nella crescente disperazione dei giovani senza lavoro e senza futuro, nella silenziosa dismissione del sistema produttivo, che lasciava a casa centinaia di migliaia di lavoratori adulti, nella progressiva diaspora dei cittadini dalla democrazia e dalle sue istituzioni. È mancata una cosa importante nella vita del Pd: la cura e l’investimento sui circoli e sulle realtà locali, la formazione continua, l’alimentazione etica dell’impegno politico. Diciamolo con franchezza: pochi hanno pensato al partito in questi anni. Esso aveva bisogno non solo di una guida per l’esterno ma anche per l’interno. E non sto parlando di un problema di “manutenzione”, ma della necessità di attenzione e responsabilità quotidiana per la dimensione associativa del partito, per le sue immense opportunità di mettersi al servizio dei territori, per la sua democrazia interna. Si è, invece, affermata la sovranità delle correnti: se non ne hai una, non sei in grado di svolgere alcuna funzione.

Infine, qualche accenno alla questione dei cattolici…
L’area del cattolicesimo sociale vive oggi una fase di incertezza e di smarrimento, provocati anche da quella stagione che ha visto la gerarchia ecclesiastica sospingere l’intero campo del sociale- cattolico ad agire come lobby, sotto le insegne dei valori non negoziabili (di cui il nuovo Papa non parla più) e dell’unità culturale, politica e parlamentare, con il risultato di una svalutazione della presenza organizzata dei cittadini cattolici nella politica.
È una stagione che ha visto invocare continuamente il valore del bene comune, ma che di fatto ha provocato uno stare nella società e nella politica come parte che cerca di affermare la propria identità e i propri interessi. Ce lo siamo detto più volte negli ultimi anni: questa deriva ha indebolito l’intero panorama del cattolicesimo politico e ha certamente indebolito i cattolici nel Pd e lo stesso Pd, che ha smarrito il senso della sua identità plurale e indebolito la sua capacità di dialogo e di confronto con quel mondo, a partire dalle tematiche più care e più vicine alla sensibilità del cristianesimo sociale. Dovevamo arrivare a fine legislatura, ad esempio, ed in piena campagna elettorale per promuovere una manifestazione sul tema della povertà e dell’indigenza? E pensiamo davvero che possa bastare la convocazione di Luigi Ciotti ai microfoni del Quirinale, per acquisire la sintonia con le istanze portate avanti dal mondo di Libera e dalle mille associazioni di giovani che essa rappresenta?
Non c’è stato un solo convegno, un solo seminario del Pd per leggere e comprendere cosa sta succedendo nel mondo dei credenti; il senso e la portata, ad esempio, del messaggio del nuovo Pontefice, del Papa che viene dall’America Latina; le novità e i nuovi drammi della questione sociale; i temi sui quali si esprimono l’impegno e la sensibilità di gran parte dei cattolici; i fermenti di una vitalità teologica e pastorale delle chiese locali in una visione ecumenica; le dinamiche

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inedite e suggestive del nuovo pluralismo religioso della società italiana; le questioni della laicità. So che il nuovo Segretario è persona particolarmente sensibile a queste esigenze e allora chiedo: ne vogliamo parlare? Ce ne vogliamo occupare?
Penso, inoltre, che dobbiamo comprendere il senso e le ragioni della sfida lanciata dai vertici della Cisl e delle principali organizzazioni dell’associazionismo cattolico a Todi, sotto l’egida della Cei, con la fondazione di Scelta Civica insieme a Monti e Luca di Montezemolo. L’operazione è fallita, ma l’obiettivo era quello di costruire una nuova offerta politica, in competizione con il Pd, un nuovo soggetto capace di superare la crisi della politica e chiamare alla responsabilità pubblica l’Italia del volontariato e del bene comune, dell’impegno civico e della solidarietà. E si è chiamato a raccolta attorno alla famigerata “Agenda Monti”, al centro dello schieramento politico e in chiave moderata, un potenziale vasto di valori, di idee, di organizzazioni che non potevano stare in una posizione di equidistanza tra Berlusconi e Bersani, per ragioni storiche, culturali e sociali. Gran parte della base di quelle organizzazioni non ha seguito quel richiamo; ma il Pd non è apparso nelle condizioni migliori per intercettare al meglio le istanze etiche e sociali provenienti dalla parte più sensibile del mondo cattolico. Resta il fatto che Olivero, Bonanni, Riccardi ed altri, hanno compiuto una scelta di divisione e di frammentazione dello schieramento riformista, che ha seriamente compromesso le possibilità di vittoria del centro-sinistra.

Il Congresso può essere un’occasione per riflettere e discutere di queste cose, tutti insieme. Non sono argomenti che riguardano solo i cattolici del Pd, i Cristiano-sociali, la Bindi o Fioroni, perché il rischio della dispersione del patrimonio di credibilità, di impegno sociale e di cultura politica del riformismo cristiano è molto serio e investe la responsabilità di tutto il partito. È un rischio che il Pd, erede legittimo dell’Ulivo, non può assolutamente permettersi. È il senso di una lettera che ho inviato al nuovo segretario e che spero non resti lettera morta come quelle recenti che ho inviato al Segretario Bersani.

Grazie.

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