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Il Pd ha smarrito il senso

Adesso me ne sono convinto anch’io: il Pd può davvero implodere, e può smarrire il senso autentico della sua missione. “Fare un’Italia nuova” e “promuovere una nuova classe dirigente, capace di stabilire un rapporto più diretto e costante fra politica e società”, così era scritto nel Manifesto dei valori, del febbraio 2008, elaborato dalla Commissione presieduta da Alfredo Reichlin. Ma, a distanza di 10 anni, quel grande progetto, al quale ho dedicato anch’io gran parte del mio percorso politico, appare seriamente compromesso.

Un impegno generoso e lungimirante, dopo i contraccolpi giudiziari e politici di Mani pulite, e dopo decenni di aspra contrapposizione, politica e ideologica, aveva portato i due grandi campi della sinistra socialista e comunista e del cattolicesimo sociale e democratico a incontrarsi nell’Ulivo di Romano Prodi, per fronteggiare l’avanzata di una nuova destra populista senza valori e senza memoria.

Il Pd scaturisce dal maturare successivo di quella speranza: unire le forze del riformismo italiano, rimaste divise e separate per tanti anni, per dare vita a un nuovo campo progressista, a un nuovo centrosinistra capace di assicurare la collaborazione tra cittadini, associazioni, formazioni sociali, entità culturali e civiche, partiti politici, accomunati dallo stesso ideale europeo e da una comune passione per il bene comune.

Ci sono ancora le condizioni per salvare quel progetto ed evitare il disastro della divisione e della dispersione?  Non ne sono più tanto convinto.

L’esito del Referendum del 4 dicembre, la scissione di una parte della minoranza, il ritorno a una legge elettorale iperproporzionale, le modalità con cui si stanno conducendo le primarie, le incerte prospettive del Governo per i prossimi mesi e l’ancora più incerto esito delle prossime elezioni amministrative ci mettono di fronte a un orizzonte oscuro e inquietante.

Renzi non sembra aver colto il messaggio netto e profondo del No espresso dagli oltre 19 milioni di italiani, in prevalenza giovani e meridionali. Certo, si è dimesso da Presidente del Consiglio, ma la sensazione è che intenda ripartire con il medesimo copione di prima: una rappresentazione che non è diventata realtà, una promessa di cambiamento che non si è realizzata, un dialogo con la società che non coinvolge il partito, le sue comunità politiche locali, la classe dirigente diffusa nelle Amministrazioni locali e sul territorio.

La ripresa del viaggio per l’Italia non suscita la mobilitazione del passato, non convince e non alimenta l’unità del partito (come si è visto al Lingotto). Renzi continua a dirigere una fazione, in competizione con le altre, senza resistere mai alla tentazione di rispondere alle polemiche, seppure sgradevoli e fuori misura, dei fuoriusciti guidati da Bersani e Speranza.

Non ho condiviso la scissione e, tanto meno, la creazione dell’ennesima formazione di una sinistra, “pura e incontaminata”, che si mette da subito a litigare con i precedenti compagni di viaggio, dicendo le peggio cose del proprio precedente partito. Non l’ho condivisa perché penso che quella grande idea di rinnovamento sociale e politico dell’Italia e dell’Europa non abbia alcuna possibilità di crescere e produrre i suoi effetti sperati in un piccolo partito fondato sulla nostalgia e sulla testimonianza.

Ho votato Sì al Referendum, nonostante il testo non proprio convincente della riforma e la pessima campagna elettorale di Renzi, proprio perché immaginavo le probabili nefaste conseguenze della vittoria del No sul Paese, sul Governo e sul partito.

E non ho cambiato idea. Ma adesso penso sia necessaria una svolta, di contenuti dell’azione di governo e di conduzione del partito.

Dopo il fantastico risultato del Pd alle elezioni europee, con una apertura di credito senza precedenti in favore di Renzi e della sinistra, abbiamo vinto in Emilia Romagna nel 2014 con un’astensione dal voto senza precedenti, poco più del 37% di votanti. Poi abbiamo perso a Roma, in Liguria, a Napoli, a Torino, dove avevamo governato male ma anche dove avevamo fatto bene, senza aprire nel partito una vera e diffusa discussione sulle cause della sconfitta e sui cambiamenti necessari per tornare a vincere.

Per tre anni, invece, si è alimentata la narrazione dei gufi e della rottamazione, al punto da farla diventare l’unico vero progetto politico del partito, si è predicato che nulla di ciò che stava alle spalle del Governo di Renzi, meritava considerazione e rispetto. Tutto andava cancellato. “Basta con quelli di prima”, si diceva, “hanno avuto la loro occasione e hanno fallito”. Ricordate? Prodi sullo stesso piano di Berlusconi. Ciampi e Veltroni come Tremonti e Bossi. Solo il nuovo meritava rispetto e considerazione, solo il nuovo risultava capace e privo di colpe per essere promosso e validato, contro quelli di prima, a prescindere.

Non posso nascondere ancora il mio spiazzamento di allora. Impegnato per tanto tempo (lo riconosco) nel campo del centrosinistra e nelle istituzioni ho deciso a quel tempo di fare un passo indietro dall’impegno di prima linea, con la consapevolezza di dover lasciare lo spazio alle generazioni più giovani, dotate della passione e dell’energia necessarie per rilanciare il cammino della sinistra e il suo progetto di cambiamento. Ma non ho mai apprezzato il concetto di rottamazione, perché si possono invitare a mettersi da parte o rimuovere i più anziani da incarichi politici e istituzionali per rinnovare e vivacizzare la classe dirigente, cercando nuove sintesi e nuovi equilibri tra esperienza e innovazione, saperi, competenze e sensibilità, ma non si può rottamare un deposito di significati, le tracce di senso del cammino importante, plurale e appassionato di una storia. Tutto ciò che stava alle nostre spalle è stato invece ridicolizzato, demonizzato, delegittimato. Tanta nostra gente ha accettato di rimuovere ogni ambizione ulteriore e ogni residua aspettativa per non nuocere o per il timore di rallentare il ritmo del nuovo corso. Una parte del partito è, però, riuscita a sopravvivere a questa tempesta iconoclasta della purificazione: i potenziali rottamandi meno lontani dalle posizioni del vertice e più vicini alle nuove sensibilità del verbo corrente.

Nel frattempo pochi del gruppo dirigente nazionale si sono occupati del partito e del suo rapporto con la società, pochi si sono impegnati a tenere aperto il dialogo con i presidi vitali della sinistra, il lavoro, la scuola, le periferie urbane, il welfare di prossimità, il mondo della povertà e della indigenza, le realtà giovanili.

Non lo hanno fatto neppure Bersani (e la sua segreteria), che pure aveva investito la sua candidatura proprio sull’impegno di cura del partito e su una svolta per assicurare il ricambio delle classi dirigenti. Non lo ha fatto Renzi, che consegna al congresso un partito esausto, lontano dai suoi storici referenti sociali, diviso e privo di una prospettiva appassionante condivisa. Abbiamo conosciuto invece il presenzialismo a reti unificate di un numero ristretto di esponenti della nuova classe dirigente, ministri, narranti e combattenti nei vari forum del dibattito politico televisivo, in polemica competizione con i nuovi protagonisti incontrastati del video e delle reti a 5 stelle.

Molta gente ha perso la fiducia nel Pd e nelle prospettive della sinistra che c’è, molti ci criticano con severità e insofferenza crescente, altri se ne sono andati e altri ancora aspettano di vedere come andrà a finire il congresso per decidere.

In questo quadro, c’è da sperare che almeno il Governo introduca le discontinuità necessarie per riconquistare la fiducia di una parte significativa del Paese che si è affidata a noi in questi anni, in tema di crescita, lavoro, scuola, politiche sociali, legalità, diritti civili, divario Nord-Sud, Europa. E che almeno il Governo riprenda un dialogo attento e positivo con le parti sociali, con i Comuni e con le Regioni per rilanciare una pratica di buone relazioni con i soggetti rappresentativi del pluralismo sociale ed economico tipico dell’Italia dei diritti e delle responsabilità.

Ho partecipato alla Convenzione del mio piccolo Circolo, dove ho assistito a un bel dibattito e, dopo aver letto la sua mozione, ho deciso di votare per Orlando. Non perché io creda nelle sue reali possibilità di successo, che pure potrebbero crescere. Ma perché spero che nel partito si realizzino le condizioni per la ripresa di una discussione leale e serena e torni a esprimersi una dinamica di pluralismo positivo delle differenze, accogliente e aperta verso l’esterno, non fondata sul rancore o sul risentimento, ma sul riconoscimento e sul rispetto delle posizioni e del contributo di ciascuno. Orlando ha l’equilibrio, la capacità di ascolto e di sintesi che in questo momento sono indispensabili per tenere unito e ancorato alla realtà del suo popolo, quel che resta del Pd e del suo patrimonio di iscritti e militanti. Adesso serve un segretario vero del partito, con una squadra di dirigenti appassionati e capaci, non l’ombra di un Premier riflessa da un qualche portavoce di buona volontà.

*On. Mimmo Lucá, ex parlamentare Pd

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